C’è un cambiamento silenzioso nel modo stesso di fare cambiamento.
Non bastano più piani, fasi o modelli predefiniti: oggi serve abilitare persone e organizzazioni a vivere la trasformazione come parte integrante del quotidiano.
L'intelligenza artificiale ci sta rendendo più veloci. Ma sta contribuendo anche a renderci più capaci?
Oltre a produttività ed efficienza, l'adozione dell'IA modifica il modo in cui apprendiamo, decidiamo e ci riconosciamo nel nostro lavoro. È qui che emerge un tema ancora poco discusso: il debito psicologico del lavorare con l'IA.
Durante la nostra learning expedition abbiamo percorso i tre piani di Vivatech incontrando soluzioni molto diverse, ma quasi tutte attraversate dall’IA: piattaforme, agenti, robot, applicazioni integrate nei prodotti e nei servizi.
Abbiamo camminato accanto ai robot di Unitree e, probabilmente, stretto più mani robotiche che umane.
La capacità tecnologica è impressionante, ma dove sono le persone?
Non sempre il problema coincide con ciò che stiamo provando a risolvere. A volte è il modo in cui lo definiamo, lo osserviamo e lo interpretiamo a tenerci dentro gli stessi schemi. È da lì che il cambiamento può iniziare: non aggiungendo nuove soluzioni, ma imparando a formulare domande diverse.
Quando due organizzazioni si incontrano, non si integrano soltanto processi e strutture. Si incontrano storie, abitudini, linguaggi e identità costruite nel tempo. È lì che il cambiamento smette di essere un progetto e diventa un percorso collettivo, capace di trasformare “io” e “loro” in un "noi".
Nelle organizzazioni si dice spesso che manca il tempo. Manca il tempo per approfondire, per capire uno strumento nuovo, per confrontarsi prima di prendere una decisione.
E così, poco alla volta, queste attività iniziano a sembrare qualcosa in più. Qualcosa da fare solo se resta spazio.
Ma cosa succede alla qualità del lavoro quando non troviamo più il tempo per fermarci a ragionare insieme?