Le giornate in Smartive iniziano spesso così.
Un caffè veloce prima di entrare in ufficio. Qualche aggiornamento sui progetti. Una domanda lasciata in sospeso il giorno prima.
L’altro giorno Jacopo Burasero, nostro Open Transformation Manager, ha riportato nella conversazione una lettura che per chi si occupa di cambiamento rappresenta quasi un classico: Change di Paul Watzlawick.
Non una novità editoriale. Piuttosto uno di quei libri che vale la pena rileggere ogni tanto perché, a distanza di anni, offre ancora chiavi di lettura sorprendentemente attuali.
La riflessione che ne è nata ci ha accompagnato per tutta la giornata.
Nelle organizzazioni siamo abituati a parlare di problemi da risolvere.
Ma cosa succede quando il modo in cui definiamo il problema diventa parte del problema stesso?
Molte situazioni seguono uno schema ricorrente.
1. Identifichiamo una criticità.
2. Cerchiamo una soluzione.
3. La soluzione non produce gli effetti sperati.
4. E allora intensifichiamo lo sforzo.
Come?
Più procedure.
Più controllo.
Più coordinamento.
Più strumenti.
Ma spesso non è una questione di impegno.
È una questione di prospettiva.
Watzlawick descrive una dinamica che incontriamo spesso anche nei percorsi di trasformazione: continuare a fare meglio ciò che abbiamo sempre fatto può produrre risultati migliori, ma non necessariamente un cambiamento.
Perché alcuni problemi non richiedono una risposta più efficace.
Richiedono una domanda diversa.
Nei progetti che accompagniamo vediamo spesso organizzazioni piene di persone competenti, consapevoli e animate dalle migliori intenzioni.
Eppure il cambiamento fatica a prendere forma.
Non perché manchino le soluzioni, ma perché restano invariati gli assunti, le logiche e i modelli interpretativi attraverso cui la realtà viene letta.
Forse una delle domande più utili da porsi non è:
“Come risolviamo questo problema?”
Ma:
“Quali presupposti stiamo dando per scontati nel definirlo?”
Perché il cambiamento inizia dal modo in cui scegliamo di osservare il sistema.

